Jobs, recensione

«Se Steve Jobs avesse visto questo film avrebbe sicuramente licenziato tutti», è questa l’avvertenza che gli autori di quest film avrebbero dovuto inserire ad inizio proiezione. ma riavvolgiamo un attimo il nastro e partiamo dall’inizio.

Circa due anni fa è morto Steve Jobs. Il tanto amato iCEO lasciò la vita terrena dopo una lunga malattia curata male, lasciano la sua gente in preda alla tristezza solo parzialmente compensata dall’uscita della sua biografia ufficiale. Questa, per chi non l’avesse letta, passa in rassegna tutta la sua luminosa vita mettendo in evidenza il suo carattere particolare, fatto di fissazioni per le diete vegane, il perfezionismo nel realizzare prodotti di design, ma anche la tendenza a ferire le persone e a ignorare i problemi che non voleva affrontare, malattia compresa. Era solo una questione di tempo affinché si realizzasse anche una versione cinematografica.

Il film parte dalla presentazione dell’iPod nel 2001, il momento in cui Jobs ha riportato la Apple ai vertici della produzione tecnologica mondiale grazie alla sua guida luminosa. Ma poi si salta quasi subito indietro alla sua gioventù, prima ancora che si interessasse di computer, quando faceva l’hippy, si faceva di LSD, andava in India a sentire i guru eccetera eccetera. La storia continua quindi raccontando i fatti in ordine cronologico, dalla fondazione della Apple, al successo dell’Apple II, fino alla cacciata dal consiglio di amministrazione e al ritorno in carrozza. Nessuna novità quindi per chi sa già com’è andata, forse un po’ confuso per gli altri, ma le biografie sono un po’ così.

L’aspetto positivo del film è lo sforzo di imitazione del personaggi originali. Ashton Kutcher imita anche la camminata alla Lerch di Jobs e gli somiglia anche parecchio. In effetti la somiglianza viene ribadita anche alla fine quando si confrontano i visi degli originali e degli attori considerando anche che la vicenda attraversa alcuni decenni. È l’unico aspetto positivo assieme al tentativo di ricreare le epoche scenograficamente e a qualche canzone qua e la.

L’aspetto negativo è invece il racconto. Molto negativo. Comprimere in due ore tutti gli aspetti di una vita piena e complessa è un compito difficile e delicato, ed è quindi normale che molti dettagli vengano lasciati fuori. Ma gli autori sono talmente bravi da togliere quasi tutto e a non lasciare niente. Un film vuoto. Magari la prima metà quasi si salva perché una piccola parte dell’entusiasmo dei protagonisti immersi nella loro vicenda viene anche trasmessa, ma poi si scende nell’inferno della noia in cui i personaggi vengono teletrasportati da un posto all’altro, fanno delle cose, dicono delle battute, a volte senza neanche troppa convinzione. In questo modo, escluso forse il protagonista e il suo compare Woz, tutta la compagine è di un piattume noiosissimo in cui succedono un sacco di cose, ma chissà perché sembra che non accada niente. Non c’è epicità, non c’è dramma, non c’è niente. Il brutto è che alcuni aspetti di Jobs vengono anche addolciti, motivo per cui succedono delle cose non tanto spiegabili che aumentano l’effetto noia mortale.

La seconda metà del film si trascina quindi stancamente fino alla fine e la sala accoglie quasi con sollievo le luci che si accendono e permettono di andarsene, pensando che al fatto che la settimana prima si è visto Machete Kills e un giorno arriverà Machete Kills Again.

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