Carnosaur, recensione

Era il 1993 e Steven Spielberg era in procinto di stupire il mondo facendo un uso della computer grafica come mai nessuno fino ad allora. Milioni di persone avrebbero rivolto gli sguardi verso uno schermo per ammirare a bocca aperta dei dinosauri che sembravano veri mentre camminavano tra gli alberi o mentre erano a caccia degli umani. E poi c’era Carnosaur.

Che il 1993 fosse l’anno dei dinosauri era scritto nelle stelle, infatti era anche l’anno della lucertola nel calendario cinese. Jurassic Park stava per arrivare, bisognava fare presto e fu così che Roger Corman decise di produrre un film che sfruttasse la stessa idea di base, ma con un budget di un solo milione di dollari e un paio di settimane di tempo.

La storia non è neanche troppo male, perché per la trama ci si basò sull’omonimo libro “Carnosaur” di John Brosnan, pur rimaneggiandolo molto per esigenze di copione e di budget.

In sintesi Jane Tiptree è una scienziata della Eunice che lavora sul genoma dei polli per migliorarne la produttività industriale. In verità però è pazza sta cercando di riportare in vita i dinosauri manipolando il codice genetico dei volatili. Lo scopo che vuole raggiungere è quello di ridare ai dinosauri il dominio sulla Terra perché sono gli unici a meritarsela grazie alla loro maestosità. Inoltre crea un virus che infetta gli umani portando le donne a partorire dei dinosauri e poi morire. In questo modo la razza umana non avrà scampo.

Quasi subito però un dinosauro tipo velociraptor, ovviamente voracissimo, riesce a scappare e  comincia a squartare gente un po’ ovunque lasciando una lunga scia di sangue.

Mentre la polizia brancola nel buio a salvarci tutti interviene Doc Smith, guardiano alcolizzato di una maniera della stessa Eunice, e la sua amichetta ecologista Thrush, che ad un certo punto realizza cosa sta accadendo e decidere di dirgliene quattro alla Tiptree, ma l’unico risultato vero che ottiene è quello di liberare il Tirannosauro Rex peggiorando la situazione.

Alla fine Doc riesce a sconfiggere il bestione a colpi di ruspa, squartandolo a dovere, e porta l’antidoto a Thrush, infetta del virus come tutti. Ma il finale è amaro perché viene ucciso da alcuni soldati in tenuta anti-contaminazione poiché tutta l’area è sotto quarantena e il Pentagono è deciso a non lasciar vivo nulla.

Si vede che la storia ha anche una sua profondità nascosta chiamando in causa la distruzione dell’ambiente da parte dell’uomo e l’eterno scontro con le forze selvagge della natura. Peccato che quando John Brosnan inviò la sua sceneggiatura perse ogni contatto con la produzione e il suo lavoro fu fortemente modificato perché non si potevano far comparire tutti i dinosauri previsti (alla fine ce ne sono 2).

La produzione addirittura chiamò come consulente tecnico Donald F. Glut, paleontologo amatoriale, ma il direttore degli effetti John Carl Buechler dovette ignorare gran parte dei suggerimenti perché non aveva tempo e soldi per assecondarli.

E così mentre gli attori riescono grossomodo a fare il loro mestiere ci sono due dinosauri di gomma, che agitano le braccine e sgranocchiano gambe e braccia dei malcapitati. Il regista Adam Simon ha chiaramente cercato di dare un tono orrorifico alla pellicola, ma in realtà scade nello splatter senza neanche sprecare troppo sangue. Il Tirannosauro poi è veramente patetico. Malgrado fosse un modellino abbastanza grande l’effetto è orrendo e poteva benissimo essere realizzato tenendo in mano un giocattolo e agitandolo davanti alla telecamera.

La cosa peggiore poi è il verso dei dinosauri. Mentre in Jurassic Park abbiamo i dinosauri che emettono boati terrificanti, in Carnosaur c’è un verso di uccellaccio schifoso e non si capisce perché all’inizio il verso sembra manipolato elettronicamente tanto da far sembrare il velociraptor un essere alieno.

Alla fine al botteghino il film incassò quasi il doppio di quanto investito, tanto da meritarsi ben 2 seguiti e un prequel. Come Jurassic Park.

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